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Il cristianesimo non si coniuga con la cupidigia. Non bisogna confondere il necessario e l’essenziale.

AU FIL DU TEMPS (Articles publiés)


riche-insenséOggi, la comunità celebrante chiude i riti di introduzione della messa e viene introdotta all’ascolto della Parola con una preghiera in cui chiede a Dio: «Fa’ che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te». E, infatti, è privo di ogni sapienza pensare di portare con sé i propri beni anche dopo la morte. Qoelet afferma che è vanità e grande sventura pensare a lavorare e darsi da fare come se i propri beni non dovessero essere lasciati ad altri (prima lettura).

Siamo assaliti da coloro che ci propongono investimenti fruttuosi, rendite vantaggiose, soluzioni quasi miracolose… Siamo continuamente spinti a comprare, a non lasciarci sfuggire le occasioni, a differenziare il nostro «portafoglio», ad accumulare beni «di rifugio»… Così il vangelo di oggi ci sembra appartenere a un altro mondo, a una cultura passata, sepolta da secoli. È possibile considerare la cupidigia veramente un pericolo? È opportuno controllare costantemente se stessi per non cadere vittime di questo bisogno insaziabile di accumulare, di aggiungere proprietà su proprietà, di attorniarsi di beni di consumo di ogni genere.

In fondo, la nostra economia, con i suoi meccanismi più o meno scoperti, ha bisogno di una pubblicità sempre più efficace e sofisticata per destare nuovi bisogni, per sollecitare consumi sempre più svariati, per far acquistare prodotti che costituiscono un simbolo, una promessa di successo e di felicità.

Che cosa fare allora? Uscire da questo sistema perverso, facendo ritorno a un’organizzazione artigianale dell’esistenza? Rifiutare tutti i prodotti che recano il contrassegno del superfluo e dell’inutile? Adottare uno stile di vita improntato a un uso esclusivo dei prodotti naturali? Gesù, parlando della cupidigia, mi sembra ci solleciti verso alcuni piste di riflessione.

Il necessario ed essenziale

qoheletPer continuare a vivere bisogna avere sicuramente qualcosa da mangiare, un luogo sicuro in cui dormire, un lavoro in cui riscoprire continuamente la propria dignità. Si tratta di condizioni necessarie. Il necessario, per quanto importante, non dev’essere però
confuso con l’essenziale, che per il cristiano è convertirsi per risorgere con 
Cristo. Distinguere le due dimensioni è un buon esercizio da praticare per due buone ragioni: non assolutizzare ciò che è e deve rimanere un mezzo; non ritrovarsi un giorno disperati dì fronte all’ineluttabile realtà della sofferenza e della morte.

Il pericolo della ricchezza

Nella parabola lucana il protagonista è un uomo generico, senza nome, senza volto: chiunque. E un uomo ricco, che onestamente si guadagna la propria ricchezza. È un uomo previdente. Ne scialacqua i propri beni in una vita dissoluta, ma saggiamente provvede al proprio futuro. Questo però è il punto cruciale: egli fonda le proprie speranze di futuro sui suoi beni. Si eternizza nei propri beni. La questione è qui. Un comportamento umanamente saggio è, di fatto, ancora miope: riscontro della miopia è la morte. Tutti sappiamo che il tema della morte è l’argomento tabù della nostra cultura. Di tutto si può parlare, ed anche straparlare, tranne della morte.

Al cospetto della morte si possono assumere almeno tre atteggiamenti.

Il primo consiste nel considerare la vita come un continuo apprestarsi alla morte, come avviene in molte tradizioni filosofiche e quelle religiose. C’è il rischio, però, di eccedere e di svalutare la vita a favore della morte.

Il secondo consiste nel coltivare una mistica della morte. Fu parte della cultura europea della prima metà del Novecento, i cui effetti si sono visti nella seconda guerra mondiale e, oggi, nel terrorismo suicida.

La terza possibilità: considerare la morte come un evento che verifica l’autenticità della vita intera. Qui la morte è considerata come il punto di riscontro della validità della vita vissuta e dei valori per cui ci si è spesi. In questo senso la morte restituisce alla vita tutta la sua serietà, e la vita diventa preparazione alla morte nella ricerca dell’autenticità.

Alla luce di questo terzo atteggiamento si può collocare, non moralisticamente, il discorso sulla ricchezza. Ciò che nella parabola è denunciato della ricchezza, e per estensione di tutte le realtà mondane, è la loro vischiosità, la loro potenzialità seduttiva, capace di ridurre l’orizzonte dell’esistenza umana alla sola esperienza terrena, senza rimando a un ulteriore che, invece, è il suo orizzonte più vero (Lc 12,15).

Ricchezza, idolatria, vita nuova.

Questa è la rivoluzione copernicana operata da Gesù: la centralità del Regno dà la misura e il valore a tutte le realtà mondane e a tutte le dimensioni della vita. Non squalifica nulla dell’umano esistere, bensì tutto pone nell’orizzonte del Regno. Il valore dei beni terreni sta nella loro relatività. Il vero rischio è di assolutizzarli fondando su di essi la propria sicurezza. In altri termini il rischio è di idolatrarli.

Il termine greco pleonexìa (cupidigia, avarizia, avidità) indica quell’atteggiamento interiore che desidera qualche cosa, a ogni costo, oltre la misura comune, solo per sé senza nessuna condivisione con alcuno. Nell’elenco dei vizi di Rm 1,29-31 viene collocata tra la «malvagità» e la «malizia»; in Ef 4,17-19 (e in Ef 5,3-5) la pleonexìa viene predicata come desiderio insaziabile della sessualità disordinata, mentre in Col 3,5 la pleonexìa viene equiparata all’idolatria.

Sembra, perciò, che la cupidigia non sia solo il desiderio di possedere, ma sia anche accompagnata da un atteggiamento disposto a calpestare ogni valore pur di raggiungere l’obiettivo e a escludere qualunque condivisione di ciò che si possiede. La cupidigia è sempre accompagnata anche da prepotenza e prevaricazione. Dentro a questa ottica la cupidigia non è legata solo ai beni di questo mondo, ma anche al modo di pensare e di rapportarsi alle cose e alle persone. Si tratta di una mentalità che in sequenza semplificata si sviluppa cosi: egoismo, scontentezza, desiderio, prepotenza, prevaricazione, abbondanza per sé.

San Paolo stesso parla della cupidigia come di «idolatria» (cf 3,5). Ma prima di giungere alle indicazioni morali, Paolo parte di una considerazione teologica: «se siete risorti con Cristo» (Col 3,1). Questa è la nuova dignità del cristiano, effetto della risurrezione di Cristo e del sacramento del battesimo. È una dignità che ha effetti concreti, una nuova prospetta vita (cf Col 3, 2). La nuova dignità data dal battesimo trasforma la vita del credente in una realtà totalmente nuova. Un’esistenza che già nell’oggi si lascia informare dalla prospettiva del futuro, non per valutare il presente ma per qualificarlo e sostanziarlo (cf Col 3, 9-10). In questa prospettiva positiva si può allora cogliere il senso della conclusione del vangelo (cf Le 12,21). Non minaccia, ma esortazione all’autenticità.

 


Un commentaire

  1. […] qui en a besoin, écoute la Parole qu’il s’efforce de mettre en pratique, prie, ne fait pas des biens matériels le centre ultime de son […]

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