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«DAVVERO QUEST’UOMO ERA IL FIGLIO DI DIO !»

AU FIL DU TEMPS (Articles publiés)


A. Lambert

A. Lambert RIYAZIMANA

Il passaggio dai due «Osanna» al duplice « Crocifiggilo» nella stessa celebrazione è sconvolgente, ma fotografa una realtà non solo della passione del Signore, ma anche della vita di ogni cristiano. Se seguiamo Gesù, possiamo fare esperienza di essere osannati da alcuni e crocifissi da altri. Quando pecchiamo, dopo aver detto a parole che vogliamo seguirlo, in effetti rinneghiamo e crocifiggiamo il Signore. La domenica delle Palme ci invita a rinnovare la nostra fede e a partecipare intimamente Ila passione, morte e risurrezione del Signore Gesù.

Gesù è stato molto attento a non creare attese messianiche trionfalistiche. Perciò, per lui l’ingresso solenne a Gerusalemme, nonostante l’aria di trionfo, costituisce l’annuncio del Messia, figlio di Davide, che rivendica il trono, non con un cavallo, ma con un puledro. Questo particolare, che richiama il profeta Zaccaria (9,9-10), dice che egli porta non la guerra contro i nemici, ma la pace e la salvezza. Quindi, questo contrasto stridente tra l’ingresso trionfale a Gerusalemme e il racconto della Passione di Marco segna in questa celebrazione l’apice della rivelazione del Figlio di Dio. A Gerusalemme entra il discendente di Davide e la folla lo acclama come il Messia, che ristabilirà il regno di Israele. È l’equivoco che Gesù ha cercato di non alimentare per tutto il tempo della sua azione e predicazione. Qui sembra avallarlo. Perché?

Magari ci capita di invidiare la situazione di primi discepoli, perché pensiamo che avevano tutto come ovvietà, tutto chiaro. Invece, il racconto della passione ci mostra che anche loro hanno avuto dei momenti di incertezza, di scarsità di valutazione della situazione, e quindi, di debolezza. Accanto ad alcuni momenti di illuminazione, hanno pure conosciuto dei momenti di vuoto spirituale. Inizia per Gesù allora la settimana decisiva e sceglie di iniziarla con un’azione simbolica che lo presenta inequivocabilmente come il Messia, discendente di Davide, con la pretesa di diventare re. È quello che la gente capisce e acclama. È anche quello che Gesù provoca.

Nei giorni successivi, però, egli darà gli elementi perché tutti restaurerà il regno di Davide, ma instaurerà il Regno di Dio. Gesù sarà re, ma del regno dei cieli. Mostrerà di essere il Figlio di Dio non per come abbatte gli avversari, bensì per come affronta la passione e offre la sua vita.

La passione di Gesù secondo san Marco sottolinea la debolezza dell’uomo Gesù, la sua umiliazione, gli insulti della gente e dei capi, il grido della solitudine. Ma lui è il Figlio di Dio, innocente, che prende dentro di sé il peccato del mondo e le sue conseguenze terribili, fino all’esperienza della lontananza da Dio. Tuttavia, Egli sa bene che il Padre lo ama e per amore suo perdonerà a tutti gli uomini. Questa certezza lo sostiene nel sopportare tutto ciò che l’avversario di Dio e dell’uomo mette in campo per farlo crollare. Il grido che lancia nel momento della morte è segno nello stesso tempo di accettazione della sconfitta momentanea e di annuncio della vittoria eterna dell’uomo Gesù, che finalmente ha rivelato fino in fondo di essere il Figlio di Dio, l’amato, che ha realizzato il progetto salvifico del Padre: è sulla croce che tutti possono vedere quanto è grande l’amore di Gesù e quello del Padre.

È ciò che Marco fa riconoscere a un pagano, centurione di cui non conosciamo il nome, colui che ha il privilegio di esprimere ciò che ogni uomo e ogni donna dovrebbe dire di fronte al crocifisso: “Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio!” Ora tocca a noi fare questa professione di fede. Siamo pronti?


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